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“Gramsci, dalla Sardegna al Brasile”. Intervista di Noemi Ghetti a Gianni Fresu (“Left”)

Gramsci, dalla Sardegna al Brasile

È in libreria il nuovo libro di Gianni Fresu, che indaga le ragioni della fortuna mondiale dell’ “uomo filosofo”. Nel Brasile di oggi il pensiero di Gramsci – spiega l’autore – è una risorsa analitica fondamentale.

 

Nel centenario del “biennio rosso” torinese, arriva in libreria Antonio Gramsci. L’uomo filosofo (AIPSA Ed.) dello studioso sardo Gianni Fresu che, dopo un dottorato di ricerca all’università di Urbino, è professore di filosofia politica in Brasile all’Universidade Federal de Uberlândia. Il titolo del libro richiama un tema fondamentale dei Quaderni gramsciani: «Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione de mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare». Sollecitati dalla lettura, proponiamo a Fresu di commentare alcuni aspetti della sua ricerca.

 

  1. L’espressione “ogni uomo è filosofo” implica la fondamentale certezza di quello che Gramsci nel Quaderno 7 definisce «sentimento» di «uguaglianza naturale cioè psico-fisica» di tutti gli esseri umani, poiché «tutti nascono allo stesso modo». Proposizione assolutamente rivoluzionaria, che prefigura trasformazioni sociali e politiche mai come oggi inattuali, eppure necessarie.

A mio parere, questa espressione sintetizza al meglio l’idea di emancipazione umana in Gramsci, intesa non solo come abolizione delle contraddizioni sociali che impediscono l’effettiva uguaglianza tra gli uomini, ma come sovvertimento della gerarchia che divide l’umanità in dirigenti e diretti, contrapponendo lavoro intellettuale e lavoro manuale. Questa frattura non ha nulla di naturale, ma è il frutto di un lungo processo di divisione e specializzazione del lavoro funzionale a determinati rapporti sociali di proprietà. Nel quaderno 22 Gramsci ci spiega come nel corso della storia l’uomo è plasmato in funzione delle esigenze produttive, la progressiva disumanizzazione del moderno lavoro industriale rende l’uomo una merce, una protesi della macchina. Ciò raggiunge il suo apice nell’organizzazione taylorista che si pone l’obiettivo di trasformare l’uomo in un “gorilla ammaestrato”, eliminando qualsiasi forma di partecipazione attiva e creativa del lavoratore nel processo produttivo. Tuttavia, secondo Gramsci, nonostante l’alienazione del lavoro trasformi il produttore in uno schiavo del prodotto, quest’operazione non arriva a creare una “seconda natura umana”.  Ossia, nella dialettica tra il gorilla ammaestrato e l’uomo filosofo è quest’ultimo a prevalere. La natura umana è per Gramsci intellettuale, ogni individuo contribuisce a rafforzare o mettere in discussione determinate visioni del mondo, a prescindere dalla natura della sua attività lavorativa. Il problema non è se i “semplici” possono essere considerati esseri intellettuali, ma il fatto che la loro visione del mondo è resa episodica e frammentaria da un insieme di fattori: l’egemonia culturale delle classi dirigenti; la sopravvivenza di concezioni arcaiche e superstiziose nella cultura popolare; il condizionamento dell’ambiente sociale in cui nasciamo. Dunque, il problema è liberare i semplici da questo congiunto di eterodirezioni che impediscono la soggettività autonoma, l’indipendenza e l’autosufficienza delle masse popolari. Per questo Gramsci ricorre all’idea soreliana dello “spirito di scissione”, vale a dire, un processo di autodeterminazione materiale e spirituale dei subalterni capace di condurli alla elaborazione di una propria visione del mondo critica e coerente auto-emancipatasi dalla direzione delle classi dominanti. Nel Quaderno 11 egli scrive: «Occorre distruggere il pregiudizio molto diffuso che la filosofia sia alcunché di molto difficile per il fatto che essa è l’attività intellettuale propria di una determinata categoria di scienziati specialisti o di filosofi professionali sistematici». Presentare il sapere, la filosofia, la politica come materie troppo complicate e inaccessibili per i semplici ha per Gramsci una funzione operativa ben definita: porre l’esigenza inderogabile di una casta incaricata di amministrare le funzioni intellettuali, in tutte le sue dimensioni, capace di rendere invalicabile il confine tra lavoro manuale e intellettuale, fino a rendere insuperabile la condizione di subalternità delle masse popolari. Per tutte queste ragioni Gramsci elabora l’idea dell’intellettuale organico e pensa alla produzione come nuova sede di sovranità politica, per queste ragioni nella sua visione il “moderno Principe” (il partito politico dei lavoratori) non deve essere un organo esterno alla classe diretto da specialisti della politica (da intellettuali puri, magari di origine borghese). Il partito deve essere parte di quella classe, non deve semplicemente rappresentarla, ma essere composto o diretto dai suoi membri. La conquista di una coscienza critica che trasformi i gruppi subalterni in soggetto storico consapevole di sé è per Gramsci possibile solo attraverso il sovvertimento dei “vecchi schemi naturalistici” dell’arte politica, con l’abbandono completo di un modo dualistico di intendere il rapporto tra direzione politica e masse.

 

  1. Il giovane rivoluzionario, il dirigente politico, il teorico: la partizione del libro rinvia a tre fasi della vita di Gramsci, inserendole allo stesso tempo in un quadro di profonda continuità di cui alcuni temi, come la cultura proletaria, costituiscono il filo conduttore di fondo.

Esattamente. Per me, anzitutto, il filo rosso esiste un filo rosso che unisce le tre fasi della vita di Gramsci: l’esperienza del movimento consiliare e valorizzazione del Consiglio di fabbrica come organo di autogoverno e autoeducazione della classe operaia; la lotta interna al PCd’I tra il 1923  e il 1926 con particolare riferimento al ruolo del partito nella società, al rapporto di questo con le masse; l’indagine  sulle «proporzioni definite» che presiedono agli assetti di dominio della società italiana e il ruolo svolto in essa da quegli intellettuali che ne costituiscono la «chiave di volta» nelle Tesi del Congresso di Lione, nella Questione meridionale e nei Quaderni. All’interno di questa tematica trova una trattazione centrale anche il fenomeno dell’assorbimento da parte dello Stato e delle classi dominanti, di intellettuali e dirigenti del movimento operaio nelle fasi di «svolta storica».

Al fondo di tutti questi troviamo il problema dell’utilizzo strumentale dei “semplici”, il fatto che le masse popolari siano condannate al ruolo di “carne da cannone”, materiale grezzo a disposizione delle classi dirigenti, “massa di manovra” al servizio degli “ufficiali” tanto nella politica quanto nelle trincee della Prima guerra mondiale. Un problema che per l’intellettuale sardo riguardava non solo la società borghese, ma anche le stesse organizzazioni sociali e politiche dei lavoratori, nelle quali le vecchie regole dell’arte politica (la frattura tra dirigenti e diretti, tra intellettuali e masse) erano operative più che mai, riproducendo le sue norme bonapartistiche di direzione unilaterale dei primi sui secondi anche nelle organizzazioni che avrebbero dovuto rappresentare la negazione del mondo esistente. Nel movimento che intendeva superare le contraddizioni della società borghese l’elaborazione e la direzione non potevano essere semplicemente l’applicazione fideistica o militaresca dell’intuizione intellettuali dei capi, esse dovevano essere il risultato di un processo orizzontale e collegiale di autodeterminazione dei lavoratori. Non casualmente Gramsci chiama questo partito “intellettuale collettivo” contrapponendolo, al cadornismo che, a prescindere dalle differenze ideologiche, accomunava la concezione politica di “intellettuali puri” come Benedetto Croce e Amadeo Bordiga. In un articolo del 27 dicembre 1919, intitolato Il Partito e la rivoluzione Gramsci esprime in forma efficace e suggestiva tutto questo utilizzando la metafora della barriera corallina: «Il Partito, come formazione compatta e militante di un’idea, influenza questo intimo lavorio di nuove strutture, questa operosità di milioni e milioni di infusori sociali che preparano i rossi banchi coralliferi che un giorno non lontano, affiorando, spezzeranno gli impeti della burrasca oceanica, ricondurranno la pace nelle onde, fisseranno nuovamente un equilibrio nelle correnti e nei climi; ma questo influsso è organico, è nel circolare delle idee, è nel mantenersi intatto l’apparecchio di governo spirituale, è nel fatto che i milioni e milioni di lavoratori fondando le nuove gerarchie, istituendo gli ordini nuovi…»

 

  1. La maturazione teorica degli anni 1925-1926, con l’originale visione della questione meridionale arricchita alla luce dell’esperienza sarda, costituisce la chiave di volta tra la ricerca sul campo, svolta durante il biennio rosso e l’esperienza russa, e la rielaborazione degli anni del carcere.

Tra il 1925 e il ’26 Gramsci compie un salto qualitativo arrivando a elaborare alcune delle sue categorie più significative, caratterizzanti e oggi studiate. Ciò avviene con la redazione delle Tesi di Lione e La questione meridionale. Il periodo dall’estate del 1925 al Congresso del gennaio 1926 è cruciale per l’evoluzione del pensiero di Gramsci, in relazione al partito, al suo rapporto con le masse, alla funzione svolta in esso dagli intellettuali; un periodo nel quale giungono a completa maturazione le esperienze di direzione e orientamento politico compiute a partire dal 1923. Una fase nella quale la sua analisi si sviluppa fino a indagare in profondità il ruolo svolto nella società italiana dagli intellettuali, quale tessuto connettivo degli assetti sociali dominanti. Già in queste analisi è presente quella ridefinizione del concetto di Stato e di dominio anticipatrice della categoria egemonica. Le riflessioni di Gramsci in questa fase sono la base essenziale della teoria sugli intellettuali sviluppata poi all’interno della Questione meridionale e delle riflessioni del carcere.  Al contempo, essa è il punto d’arrivo di quella precedente e, nel complesso, affonda potentemente le sue radici nell’esperienza «ordinovista». Il tema della questione meridionale è sistematicamente presente in tutta l’elaborazione politica e nell’analisi della società italiana di Gramsci, come snodo attorno al quale si riassumono le contraddizioni del processo di unificazione nazionale e le modalità distorte di sviluppo economico e sociale del Paese. Approfondendo tutto ciò, attraverso una elaborazione durata anni, Gramsci giunge a definire alcune delle sue categorie più importanti e studiate a livello internazionale utilizzate, come egemonia, intellettuali e gruppi subalterni, ritenute essenziali per decifrare le relazioni internazionali di dominio coloniale. Già in un articolo dell’aprile 1916 Gramsci trova nella Questione meridionale un incrocio di contraddizioni paradigmatiche dei limiti nel processo di unificazione nazionale, tra di essi, la scelta di adottare un modello centralistico secondo lui profondamente diverso dalle previsioni e dal programma economico di Cavour. Dopo più di mille anni venivano riunificati due tronconi della penisola che avevano vissuto uno sviluppo storico, economico e anche istituzionale completamente differente, “l’accentramento bestiale” concepì il Sud come mercato coloniale interno del Nord, confondendo o ignorando le reali esigenze del Mezzogiorno. L’unica alternativa fu dunque negli esodi biblici della emigrazione di massa, mentre la reazione a questo stato di cose si manifestò nelle forme episodiche e disorganiche del ribellismo contadino o del brigantaggio. Il protezionismo per Gramsci era lo strumento con cui venne resa organica e strutturale la questione meridionale, non a caso già nel 1913 il giovanissimo Gramsci aderì alla Lega antiprotezionista sarda di Attilio Deffenu, una figura che influenzò molto il giovane Gramsci, eppure ancora poco approfondita tra i suoi studiosi. Il protezionismo era la moneta di scambio del blocco storico che univa la borghesia industriale del Nord e i ceti parassitaria della proprietà terriera meridionale, di cui le sterminate plebi meridionali pagarono il conto.

Sebbene innegabile, sarebbe un errore considerare la centralità della questione contadina in Gramsci solo alla luce dell’influenza esercitata da Lenin, essa affonda le sue radici ben prima nella formazione sarda, nell’insieme delle esperienze di vita e dall’osservazione attenta del suo mondo. All’interno della questione meridionale, distinta e con le sue specificità assolute, Gramsci inserisce la questione sarda, che in realtà la precede anticipandone alcuni tratti salienti, in termini di relazioni diseguali all’interno di un corpo che si pretende unito. La dinamica analizzata da Gramsci per il Meridione nel suo complesso trova un’anticipazione, una prova generale, proprio nel processo di fusione della Sardegna con il Piemonte, nelle modalità di assorbimento delle sue classi dirigenti in un blocco moderato segnato sul piano sociale dalle forme classiche dell’«equilibrio passivo». Nella prima metà dell’Ottocento, come spiego diffusamente nel volume e anche in un altro mio lavoro di alcuni anni fa (La prima bardana. Modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell’Ottocento, Cuec), in Sardegna abbiamo un’anticipazione di alcuni tratti essenziali nelle forme di egemonia e dominio dei governi sabaudi che finiranno per contraddistinguere anche la successiva presa di possesso delle regioni meridionali dopo l’Unità.

 

  1. L’eredità della rivoluzione d’Ottobre con la mai rinnegata adesione al marxismo, sviluppata come ha ben chiarito Marcello Mustè alla luce dello spartiacque della filosofia della praxis, ha conferito una fisionomia assolutamente originale al materialismo italiano, e in particolare a quello gramsciano.

Attorno al legato di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre si sviluppano le più dure dialettiche interpretative dell’opera di Antonio Gramsci. La mia opinione è che la figura di Lenin rimane centrale fino alla fine nelle sue riflessioni teoriche, con questo non intendo assolutamente ridurre Gramsci a replicante o semplice prosecutore dell’opera del rivoluzionario russo. Come spiego nel libro, tra le pagine dei Quaderni del carcere e negli abusatissimi concetti di “egemonia” e “guerra di posizione”, sono state ricercate le prove di questa frattura per giustificare tramite essa la discontinuità, se non proprio l’incompatibilità assoluta, con il “demone del Novecento”. Eppure, nei Quaderni non mancano i riferimenti al Lenin “teorico dell’egemonia”, né note nelle quali Gramsci lo definisce il principale innovatore e prosecutore del materialismo storico dopo Marx. Contrariamente alle interpretazioni a favore della discontinuità, nei Quaderni la relazione tra il filosofo di Treviri e Lenin è descritta come la sintesi di un processo di evoluzione intellettuale che si esprime nel passaggio dall’utopia alla scienza e dalla scienza all’azione.

La biografia politica di Gramsci tra il 1921 e il 1926 è segnata dal drammatico fallimento dei tentativi rivoluzionari in Occidente e dall’aprirsi di una fase di riflusso che facilità una radicale svolta reazionaria culminata con l’avvento del fascismo. Dunque, la principale domanda al fondo dei Quaderni del carcere è per quale ragione, nonostante una profonda crisi economica e di egemonia delle classi dirigenti, e un contesto oggettivamente rivoluzionario, in Occidente non fu possibile tradurre la vittoriosa esperienza dei bolscevichi russi.

L’approccio a Lenin da parte di Antonio Gramsci va inquadrato anzitutto in un clima culturale nuovo e in una fase di svolta storica per il movimento operaio, manifestatasi nel giovane intellettuale sardo proprio con il rigetto della cultura determinista e positivista che aveva profondamente pervaso il socialismo italiano. Nelle diverse fasi della sua attività analitica e politica, Gramsci ha sempre individuato nell’impostazione filosoficamente angusta data dai teorici della Seconda Internazionale al movimento socialista mondiale, uno dei limiti che maggiormente ha influito sulle stesse deficienze socialismo italiano. La rivoluzione dell’ottobre 1917, e in essa il ruolo del suo principale leader, s’impone per Gramsci nella storia, spazzando via le ossificazioni dogmatiche del determinismo, l’assurda pretesa di mischiare Marx con Darwin e applicare alle scienze sociali, ai processi storici, gli schemi evoluzionistici delle scienze naturali. L’idea di una linearità storica in ragione della quale si sarebbe passati dal modo sociale di produzione feudale a quello capitalistico e, solo dopo questo, al socialismo, come nell’evoluzione naturale si passa dalla scimmia all’uomo, per contraddizioni tutte interne alle leggi dell’economia, non per l’intervento attivo e consapevole delle grandi masse popolari. In tal senso il celebre articolo La rivoluzione contro il capitale del dicembre 1917, coglie con sorprendente lucidità il dato saliente del primo “assalto al cielo” del Novecento. Questo articolo, spesso definito ingenuo, idealista, rappresentativo di un Gramsci ancora «troppo acerbo», costituisce per molti versi un manifesto della concezione gramsciana sulla rivoluzione.

 

  1. «Così la lotta politica diventa una serie di fatti personali tra chi la sa lunga, avendo il diavolo nell’ampolla, e chi è preso in giro dai propri dirigenti e non vuole convincersene per la sua inguaribile buaggine». L’esergo del libro è ancora attuale dall’Italia al Brasile, dove da poco lei è stato eletto presidente dell’International Gramsci Society do Brasil. Nel degrado della politica mondiale, dominata dal neoliberismo e dalla censura alla ricerca, imposta anche da Bolsonaro, come diffondere tra i giovani il valore dell’internazionalismo di Gramsci?

Il maggior studioso e traduttore di Gramsci in Brasile, Carlos Nelson Coutinho, ha scritto che la grande diffusione internazionale di Gramsci e la sua importanza per diverse discipline nel campo delle scienze umane e sociali sono una conferma circa la correttezza della definizione di “classico” in riferimento alla sua opera. Tuttavia, se per opere come il Principe di Machiavelli o il Leviatano di Thomas Hobbes si può parlare di “classici” che mantengono forti tratti di attualità, nel senso di offrire spunti di analisi utili alla contemporaneità, l’opera di Gramsci è attuale nel senso che egli è stato interprete di un mondo che, nella sua essenza, continua a essere il nostro mondo di oggi. Una delle ragioni dell’interesse scientifico verso Antonio Gramsci, cresciuto enormemente a livello internazionale negli ultimi anni, riguarda l’attenzione riservata dai suoi studi al momento della direzione culturale nella definizione degli assetti di potere di una società moderna. Nella realtà contemporanea, segnata dall’onnipresenza dei mezzi di comunicazione di massa e da nuovi veicoli di diffusione delle informazioni (internet e socialnetwork) ancora più invasivi di quelli tradizionali, l’importanza degli organismi incaricati di formare l’opinione pubblica (anzitutto i grandi mezzi di comunicazione di massa) è un fatto assodato. Al di là delle campagne elettorali, che si servono sempre più di strumenti virtuali (WhatsApp, Facebook, Twitter), la lotta senza quartiere tra i soggetti in campo per influenzare l’opinione pubblica e determinarne gli orientamenti costituisce oggi una delle più importanti sfide della politica. Gramsci ha il merito storico di aver chiarito tra i primi, con profondità e continuità, quanto la centralizzazione politica e i rapporti di forza di una società moderna e sviluppata si determinano più sul piano egemonico (apparati privati della società civile) di quanto non avvenga nella dimensione tradizionale del dominio diretto dello Stato (diritto, esercito, magistratura)..

Nel Brasile di oggi, in una particolare congiuntura segnata dal riflusso democratico e da una violenta offensiva reazionaria nel quale l’intreccio tra vecchio e nuovo produce fenomeni a volte bizzarri, il pensiero di Gramsci è una risorsa analitica fondamentale. Proprio per questo, al di là del pensiero critico in generale e del materialismo storico in particolare, la destra al potere ha eletto l’intellettuale sardo a simbolo di una egemonia diabolica da estirpare con qualsiasi mezzo.

Come sappiamo, la biografia di Antonio Gramsci è segnata dal dramma della dittatura, non solo per la carcerazione che lo portò alla morte, ma perché il crollo delle istituzioni liberali e del movimento operaio lo spinsero a indagare le ragioni più profonde di quella sconfitta e le origini storiche del fascismo. Da questo travaglio nasce un’opera intimamente problematica e complessa come i Quaderni del carcere. Anche in questa premessa stanno probabilmente le ragioni del successo di Gramsci in Brasile, perché la diffusione crescente della sua opera si lega strettamente anche al dramma del colpo di Stato militare del 1964, destinato a durare come in Italia venti lunghi anni. Poco dopo il Golpe tre giovani intellettuali destinati a un ruolo importante, Carlos Nelson Coutinho, Luiz Mario Gazzaneo e Leandro Konder, dibatterono a Rio sulla necessità di tradurre e pubblicare Gramsci, nella stessa direzione si muoveva l’editore della rivista «Civilização Brasileira», già intenzionato a intraprendere la non facile avventura. Così, nel 1966, iniziò la traduzione e pubblicazione della sua opera, bruscamente bloccata nel 1968 dal decreto liberticida AI5, responsabile del terrore repressivo che eliminò ogni dissenso e travolse più di una generazione nel vortice di sparizioni, omicidi, torture o, nella migliore delle ipotesi, l’esilio. Ma come il Tribunale speciale fascista non riuscì a “impedire al cervello di Gramsci di lavorare per venti anni”, così la dittatura brasiliana non poté sradicare l’interesse crescente nei suoi confronti. Al contrario, divenne per diverse generazioni uno stimolo di resistenza intellettuale alla brutalità del regime e, insieme, una chiave di lettura per decifrare i processi di modernizzazione nazionali e comprenderne razionalmente la storia politica, economica e culturale. Così negli anni Settanta, alle prime avvisaglie di crisi della dittatura, Gramsci tornò prepotentemente nel dibattito politico come punto di riferimento per le lotte contro il regime e, attorno al suo pensiero, si sviluppò un’intensa attività scientifica e didattica nelle diverse università brasiliane, da allora mai interrottasi.

La diffusione internazionale delle categorie gramsciane scaturisce da esigenze di comprensione della realtà concrete. Non si tratta dunque di uno studio per puro erudimento, bensì di un utilizzo consapevole, finalizzato a comprendere e dare risposte ad alcune contraddizioni storiche fondamentali nella vita culturale, sociale e politica di diversi Paesi. Ciò vale particolarmente per il Brasile, dove l’opera di Gramsci è studiata sistematicamente da oramai cinque decenni nelle più diverse discipline scientifiche: storia, filosofia politica, antropologia, critica letteraria, pedagogia, teologia, scienze sociali. L’esigenza di dare carne e ossa alle categorie concettuali, ossia tradurle nazionalmente, è del tutto coerente con lo spirito dell’opera di Gramsci e con la sua aspirazione a evitare l’astrattezza e la genericità delle affermazioni ideologiche. Il Brasile di oggi costituisce uno dei laboratori più attivi e stimolanti nel panorama internazionale degli studi gramsciani, da questo punto di vista il Brasile non è periferia ma punta avanzata. L’intellettuale sardo è oggi uno degli autori fondamentali in Brasile, come nel resto dell’America Latina, non solo nell’accademia, ma nella lotta politica e nella vita di realtà sociali come il Movimento Trabalhadores Sem Terra. Alcune sue categorie come «rivoluzione passiva», «egemonia» e «sovversivismo reazionario delle classi dirigenti», hanno trovato un’applicazione analitica sorprendente in una realtà storicamente dominata da processi di modernizzazione dall’alto – con ricorrenti sospensioni delle libertà costituzionali e colpi di Stato autoritari – come quella brasiliana. Le analisi contenute nella Questione meridionale e nei Quaderni sui rapporti di sfruttamento semicoloniale tra Nord e Sud nella storia d’Italia, quelle sui subalterni e la funzione degli intellettuali negli assetti di dominio ed egemonia, sono utilizzate per rileggere le vicende della sua storia coloniale e comprendere le grandi contraddizioni sociali e culturali ancora oggi presenti in questo Paese.

 

L’intervista è stata pubblicata in versione sintetica su Left del 15 novembre 2019.

 

Professore di Filosofia politica presso la Universidade Federal de Uberlândia (MG/Brasil), Dottore di ricerca in filosofia Università degli studi di Urbino.