Comitato Politico Nazionale PRC, 13-14 dicembre 2008. Intervento di Gianni Fresu.

Comitato Politico Nazionale PRC, 13-14 dicembre 2008. Intervento di Gianni Fresu.

 

Il quadro politico che emerge dalla crisi del Governo Soru mostra dei tratti di rilievo non solo regionale. La prima considerazione riguarda l’inservibilità politica del PD, artefice principale della crisi. A conferma ulteriore di quanto fosse avventata l’idea della “costituente della sinistra” che puntava tutte le chanches di un nostro rilancio sul rapporto organico con il partito di Veltroni. È paradossale ma il PD, che al momento della sua costituzione è stato presentato come soggetto votato alla stabilizzazione del quadro politico, si è rivelato in tutti i passaggi fondamentali la principale fonte di destabilizzazione e paralisi della maggioranza. Tenendo conto dell’accusa a suo tempo rivolta a Rifondazione (l’inaffidabilità governativa) da DS e Margherita verrebbe da spiegare tutto con la categoria della nemesi. Il PD in Sardegna, ma credo che il discorso valga a livello nazionale, è strutturato come le camarille liberali dell’Ottocento. Non si tratta di un soggetto politico dotato di una sua identità organica e definita ma di un agglomerato composto da consorterie condensate attorno a singole personalità che controllano partito, istituzioni e collegi senza alcun disegno complessivo. A fine Ottocento la dissoluzione del liberalismo italiano portò al tentativo di assemblaggio dei due raggruppamenti tradizionali della Destra storica e della Sinistra liberale per formare un unico «blocco costituzionale» presentato come baluardo contro le due ali estreme della reazione e della rivoluzione. Oggi come allora più che di “trasformazione del sistema politico” si deve parlare molto più prosaicamente di «trasformismo» e il divampare in tutta la sua virulenza della questione morale ne è una conferma. Sia chiaro che neanche Soru, per quanto possiamo rilevare gli aspetti enormemente positivi di questa legislatura, si sottrae a tale dinamica ma è parte in causa. Così, a mio avviso, la vera natura della crisi sta tutta nella lotta senza esclusioni di colpi per la leadership nel PD e nella coalizione di centro sinistra. Detto in altri termini, ci troviamo di fronte ad una crisi pilotata per tagliare gordianamente i nodi non risolti, che scarica irresponsabilmente sulle classi sarde più disagiate il fardello della decomposizione del PD. La crisi è stata decisa proprio quando doveva essere votata la manovra finanziaria, a cui è stata anteposta la legge urbanistica, con il risultato di andare ad elezioni in un periodo di recessione e con la desertificazione industriale in atto (proprio in queste settimane viene chiuso quel che resta dell’industria petrolchimica sarda), condannando l’isola ad un indefinito periodo tempestoso governato con l’esercizio provvisorio. Il nostro Partito si è semplicemente accodato, dopo aver concordato l’intesa futura con il Presidente della Regione non su un accordo programmatico ma su un semplice rapporto fiduciario personale. Su queste basi sarà difficile costruire qualcosa di solido e progressivo, imporre una svolta sul versante delle politiche attive del lavoro e su quelle dell’assetto industriale, deficitarie anche in questa legislatura.

Gianni Fresu, intervento al Congresso Regionale del PRC Sardegna

Gianni Fresu, intervento al Congresso Regionale del PRC Sardegna

Quartu S.Elena, 8 novembre 2008

 

Richiamare la conclusione del Congresso di Chianciano non è un semplice atto formale, ma costituisce un indicazione di lavoro chiara ed inequivocabile che nessuna autonomia statutaria può mettere in discussione, a meno di non voler dar corso ad una qualche operazione di carattere scissionista. Il nuovo corso del PRC ha anzitutto un punto fermo ed irrinunciabile: Rifondazione comunista c’è per l’oggi e per il domani e nessuna ipotesi di Costituente della sinistra, o di nuovo soggetto politico che dir si voglia, ne può mettere in discussione l’autonoma soggettività. Da qui bisogna ripartire per rilanciare il processo della rifondazione comunista in Italia e favorire forme di unità a sinistra, senza precipitazioni organizzative e scorciatoie politiche liquidatorie della nostra storia ed identità.

Unitamente a questa indicazione, il PRC sardo deve fare proprie le valutazioni autocritiche sulle dinamiche degenerative della nostra organizzazione denunciate alla Conferenza di Carrara. Allora parlammo giustamente di una crisi politica e di un “sistema malato” che investiva anche noi. Anche in Sardegna la crescita del Partito si è così scontrata con una realtà che ricorda a volte più le camarille liberali che una moderna organizzazione di massa delle classi subalterne. In quale altro modo potremmo definire la tendenza a piegare l’essenza e la funzionalità delle nostre strutture partecipative alle esigenze di un grande comitato elettorale personale, che si articola dal livello più alto a quello più basso elargendo ruoli e prebende in ragione del rapporto di fedeltà militare? La tendenza a confondere la costruzione del partito con la semplice gestione del potere? L’idea malata in ragione della quale la presenza nei livelli istituzionali è intesa non come inveramento della nostra capacità di amministrazione e direzione politica, ma come semplice lottizzazione funzionale al consolidamento oligarchico dei rapporti di forza interni al Partito?

Tutto questo ha prodotto due conseguenze nefaste nella vita del Partito in Sardegna, che ne hanno minato fortemente la credibilità, sul versante sia interno sia esterno delle sue proiezioni.

VII Congresso Nazionale Congresso Nazionale – Chianciano, 24- 28 luglio 2008.

VII Congresso Nazionale Congresso Nazionale

Chianciano, 24- 28 luglio 2008.

Intervento di Gianni Fresu

 

Tra tanti indicatori, alcuni dei quali contraddittori, il congresso due segnali chiari li ha sicuramente dati. Il primo è che il partito non intende più essere il martello nelle mani di un singolo uomo; il corpo militante non vuole ancora fare la parte della massa di manovra ipnotizzata e sedotta dall’oratoria brillante, dai colpi di teatro. È finito il tempo delle deleghe passive agli organismi dirigenti.

Uno dei limiti maggiori che abbiamo scontato in questi anni risiede nel concetto di autonomia del politico, e con esso la convinzione che i problemi del Partito si potessero risolvere sul terreno del carisma, delle virtù taumaturgiche del leader.

Nuovamente, anche in questo congresso, si è tentata la stessa strada: così, prima ancora di avanzare una analisi minima sulle cause del disastro e prima di aver chiarito quale progetto politico si intendesse realizzare, è stata proposta la candidatura di un singolo compagno alla guida del partito, quasi a voler rassicurare la base sul fatto che quel nome con la sua storia dovesse essere la garanzia primaria per la nostra salvezza e il rilancio. A prescindere dal nome in sé e dalle sue capacità, il congresso ha anzitutto bocciato il metodo.

Comitato Politico Nazionale, 21 aprile 2008.

Comitato Politico Nazionale, 21 aprile 2008.

Intervento di Gianni Fresu

È difficile descrivere le sensazioni provocate da questo autentico terremoto politico che ha investito il nostro partito. Tuttavia, le valutazioni emotive non servirebbero a nulla e quella che ci ha investito non è una catastrofe naturale, un fenomeno ineluttabile, bensì un fatto politico le cui cause, concrete e razionali, vanno indagate con precisione se si vuole realmente cambiare registro. Partendo da questa semplice considerazione mi ha lasciato letteralmente interdetto la relazione del compagno Giordano. Non un cenno di autocritica, non un dubbio sul fatto che forse la trionfale storia di “innovazioni e contaminazioni” seguita nell’ultimo decennio dal PRC, in fin dei conti, non è stata tanto trionfale.

Tutta l’analisi di Giordano è incentrata sulle responsabilità del PD. Che le forze moderate del paese avessero un progetto di modernizzazione capitalistica, di «rivoluzione passiva», basata sull’espulsione del conflitto sociale dalla cittadella politica, è un dato acclarato sin dai “gloriosi anni” della “concertazione” (dai governi tecnici del 92-93 in poi), dunque perché stupirsi oggi dell’obbiettivo perseguito e raggiunto da Veltroni? Forse il nostro Partito ha fatto troppo affidamento sul quel quadro politico, smarrendo per strada la sua autonomia e la sua capacità di esistere a prescindere da quelle forze; probabilmente non è stata una gran trovata l’aver affermato che il movimento avesse spostato a sinistra il baricentro delle forze moderate e che dunque si poteva entrare nell’Unione senza preoccuparsi del come, perché e per fare cosa. Le elezioni si sono incaricate di dimostrare quanto tutto l’impianto tattico e strategico del Congresso di Venezia fosse fallimentare. Questa sconfitta non è un terremoto né un fenomeno attribuibile al caso, alla cattiveria di Veltroni o alla follia degli operai che votano Lega.

Il voto utile? A Sinistra!

Il voto utile? A Sinistra!

Gianni Fresu (Comitato Politico Nazionale PRC)

 

Personalmente non ho condiviso le modalità con cui si è giunti a questa unità della sinistra, così come mi ha fortemente contrariato l’autocensura sul simbolo dei due partiti che rappresentano la stragrande maggioranza della coalizione. Ad ogni modo, penso che le valutazioni critiche vadano rinviate al congresso, all’interno di una battaglia nella quale il tema non potrà che essere quello dell’unità d’azione della sinistra d’alternativa (federazione o confederazione che sia), passando per il rilancio del progetto della Rifondazione e, semmai, dell’Unità comunista. Al contempo nel congresso si dovrà necessariamente fare un bilancio serio sul fallimento della linea politica che da Venezia ci ha portato all’attuale situazione.

Fatta questa premessa, non si può non ammettere che l’unità elettorale della sinistra, sotto un unico simbolo, è non solo una esigenza dettata da questa legge elettorale, pessima e oligarchica, ma una necessità che sorge con forza dal comune sentire del nostro popolo. Del resto l’area “essere comunisti” ha sempre posto il tema dell’unità della sinistra d’alternativa, anche quando il partito ha perseguito una linea di divisione e competizione a sinistra (ingresso nell’Unione concordato con le forze moderate, primarie, assetti di governo, sinistra europea).

Ora tuttavia ci sono delle priorità di ordine democratico che si impongono sopra tutte le sottigliezze tattiche. È in atto un tentativo coatto di modernizzazione reazionaria del paese che unisce in un comune disegno di «rivoluzione passiva» PD e PDL. La nostra priorità è sconfiggere l’imposizione di un bipartitismo fasullo che cela la rappresentanza dei medesimi interessi sociali, rispetto ai quali varia solo l’intensità – iperliberista o graduale – con cui essi pretendono di essere tutelati.

La campagna elettorale ha già svelato il colossale bluff che si nasconde dietro la faccia «pacata e serena» di Walter Veltroni. La candidatura di Calearo nelle liste del PD chiarisce ampiamente come la pretesa volontà di intervenire sui salari per un riequilibrio in loro favore sia soltanto uno slogan elettorale. Egli è il prototipo dell’odio di classe mai sopito di una casta di padroni delle ferriere che perpetua, di padre in figlio, il suo dominio politico e sociale. Un falco di Federmeccanica, il principale esponente del braccio armato del capitalismo italiano, quello che prima ha stipulato i famigerati accordi del 92 e 93 sulla politica dei redditi e poi, puntualmente, non è mai disponibile a rispettarli al momento dei rinnovi contrattuali. L’arroganza provinciale di questo padrone impomatato e avvolto dal suo impeccabile doppiopetto gessato, uno che la lotta di classe la fa eccome, mostra il vero volto dell’interclassismo di Veltroni, mettere nelle liste sia i padroni sia i lavoratori, come specchietto per le allodole, e poi rappresentare in via esclusiva le esigenze dell’impresa. Ai lavoratori è riservata la sola funzione degli ascari. Più che alla «Rivoluzione liberale» di Gobetti, il PD sembra ispirarsi al trasformismo arruffone dei Crispi e Giolitti.

Calearo si rivolge spesso agli interlocutori della sinistra accusandoli di essere «rimasti a prima della caduta del muro di Berlino», forse sarebbe ora di fargli notare che invece lui è fermo all’Ottocento! Nel mentre i lavoratori hanno conquistato dei diritti sui quali non sono disposti a trattare. Veltroni presenta come un qualcosa di nuovo questa supposta esigenza di conciliare, in nome dei «supremi interessi del paese», lavoratori e padroni, in realtà si dimentica che un’ideologia di questo tipo l’Italia la ha già avuta e sperimentata, si chiamava «corporativismo» e non credo che i lavoratori abbiano alcuna nostalgia verso le perversioni sociali del Ventennio. La scelta della sinistra di incentrare la campagna elettorale sul tema del conflitto capitale e lavoro, sull’urgenza di una “scelta di parte”, è la risposta più giusta e consona alla sfida pericolosissima che abbiamo di fronte. Per tutte queste ragioni è a Sinistra il solo voto utile e non per “il bene del paese”, entità astratta e misticamente mazziniana, ma per quello delle classi subalterne, la stragrande maggioranza della nostra società, che oggi rischiano seriamente di non trovare più alcuna rappresentanza sociale e politica.

Gianni Fresu, intervento CPN, 5-6 ottobre 2007.

Gianni Fresu, intervento CPN, 5-6 ottobre 2007.

 

Le difficoltà del partito in questa fase non sono riconducibili, esclusivamente, ai suoi limiti attuali; all’interno di questa coalizione di governo, i margini di movimento per la sinistra d’alternativa sono ora risibili se non totalmente inesistenti. Le cause di queste contraddizioni sono a monte, risiedono negli errori di linea politica che hanno preceduto e seguito le passate elezioni politiche e facilitato l’imposizione di una ipoteca moderata, se non proprio conservatrice, che sarà arduo scalzare in questa legislatura. La pagina più significativa sul terreno della sinistra d’alternativa è stata la costituzione dei Comitati referendari per l’estensione dell’articolo 18, che riuscì a catalizzare un significativo consenso attivo su un punto nodale. La cosa più logica sarebbe stata, all’indomani di quella battaglia, che si fosse intrapresa una fase di interlocuzione tra quei soggetti per individuare i temi programmatici fondamentali sui quali avviare il confronto con altre forze dell’Unione, ponendo prima, e non dopo, un limite preciso alle oscillazioni del governo. Al contrario, si è preferito arrestare qualsiasi interlocuzione seria e si è invece avviata una trattativa diretta ed individuale con quelle stesse forze che in occasione del Referendum invitarono gli italiani ad “andare al mare”. Poi si è intrapresa la scorciatoia delle Primarie, dando luogo ad una devastante competizione all’interno della sinistra d’alternativa, che si giocava tutta sul presunto «effetto dirompente della leadership». Risultato: la sinistra d’alternativa ne è uscita a pezzi, polverizzata e ridimensionata, mentre la parte più conservatrice del centro sinistra ha ottenuto un plebiscitario 80% di consensi. Non contenti di tutto ciò, dopo le elezioni, abbiamo proseguito una assurda competizione a sinistra per la definizione degli assetti di governo, peraltro spendendo malissimo il nostro peso elettorale per conseguire un ruolo sicuramente di prestigio, ma totalmente inutile sul piano della battaglia politica, come quello della Presidenza della Camera.

Comitato politico regionale PRC del 9 settembre 2007

Comitato politico regionale PRC del 9 settembre 2007

Intervento sulla statutaria di Gianni Fresu.

 

Evito di perdermi in inutili locuzioni preliminari e cerco di andare al sodo della questione. Io credo che la nostra posizione dovrebbe essere a sostegno della riforma statutaria per due ordini di motivi, che attengono al merito e più complessivamente alle valutazioni politiche sul quadro di fondo.

Partendo dal merito non posso che concordare con la valutazione di quei compagni che individuano nella riforma elementi di presidenzialismo (l’elezione diretta, la nomina e la revoca degli assessori, lo scioglimento del Consiglio in caso di crisi), tuttavia, non concordo affatto con la tesi che interpreta la legge tout court come presidenzialista. Lo era senz’altro la prima bozza licenziata dalla Giunta, ma le modifiche apportate in commissione hanno prodotto il mutamento di alcuni capisaldi della proposta originaria, riaffermando la centralità del Consiglio e stabilendo un principio centrale che non fa parte del modello presidenziale: la possibilità che il Consiglio voti la sfiducia al presidente (art. 22).

Alcuni dei più accaniti detrattori della legge, interni al nostro partito, sorvolano su questo punto, oppure, come è accaduto in CPR, lo definiscono «automatico e scontato». Però bisogna intendersi, perché se si parla di presidenzialismo, in questo caso, di «automatico e scontato» non c’è proprio nulla. Nel sistema americano, l’idealtipo del modello presidenziale, non solo non esiste un simile istituto, ma addirittura esistono le elezioni di medio termine che hanno istituzionalizzato la possibilità di una maggioranza diversa nell’organo legislativo, senza che questo influisca sui rapporti di forza o limiti la potestà del Presidente e del suo esecutivo. Negli USA esiste semmai la messa in stato d’accusa, ma si tratta di un istituto estremo, che non ha natura politica, la cui origine risale alla dialettica tra ordini sociali e Corona britannica, quindi tutt’altra storia. Se proprio dovessimo etichettare dunque la legge statutaria dovremmo semmai parlare di semipresidenzialismo.

Ripartire dalla sinistra d’alternativa, rilanciare il binomio autonomia/unità per il PRC.

Ripartire dalla sinistra d’alternativa, rilanciare il binomio autonomia/unità per il PRC.

Di Gianni Fresu

 

Il primo dato della nostra analisi non può che partire dalla soddisfazione per l’ottimo risultato conseguito dal PRC e dall’insieme della sinistra d’alternativa, che ha considerevolmente accresciuto il suo peso – quantomeno elettorale – all’interno dell’Unione. Tutti correvano verso il centro alla ricerca dei voti e invece i nuovi voti sono venuti da sinistra, buon segnale.

È sicuramente ragione di soddisfazione l’aver creato le condizioni – seppur minime – per la nascita di un Governo diverso da quello che per cinque anni ha messo alla frusta i già precari equilibri democratici del nostro paese, tuttavia, le elezioni ci hanno consegnato un quadro politico ancora più complesso e precario di quanto avremmo potuto immaginare.

Il berlusconismo rappresenta una delle pagine più nere e reazionarie di modernizzazione capitalistica della Storia d’Italia, è una miscela che coniuga perfettamente le pulsioni insieme conservatrici ed eversive delle classi dirigenti italiane. Berlusconi non è, come spesso viene rappresentato in alcune nostre analisi, un semplice fenomeno di avanspettacolo, un leader da paese di Pulcinella, è un rappresentante moderno, dannatamente moderno, del populismo autoritario. È la camicia nera che indossa il doppio petto, consapevole che in una società a capitalismo avanzato il mantenimento del potere entro uno schema di equilibrio passivo, si gioca più sul versante dell’egemonia, sulla capacità di imbrigliare, irreggimentare le masse entro schemi culturali, politici, di civiltà imposti, piuttosto che attraverso la coercizione immediata, diretta e visibile. Il berlusconismo non è la televisione che sostituisce il manganello, semplicemente lo fa scomparire.

“Sinistra d’alternativa o alternativa sinistra”?

Sinistra d’alternativa o alternativa sinistra”?

Di Gianni Fresu (Comitato Politico Nazionale del PRC)

 

Nella sua relazione all’ultima riunione del CPN (26, 27 novembre 2005) il nostro Segretario Fausto Bertinotti ha delineato un quadro di iniziativa politica ben preciso. In estrema sintesi questi sono i capisaldi della sua proposta: 1) la fase impone un’accelerazione (per essere ancora più precisi una «precipitazione») nel processo di aggregazione della sinistra d’alternativa; 2) questa precipitazione deve portarci in tempi stretti («tre mesi al massimo» si è detto) a far nascere un nuovo soggetto politico che ne sia espressione e che non si basi su una semplice convergenza programmatica ma su una «comunanza di cultura politica»; 3) gli agenti lievitanti di questa operazione devono essere le esperienze del Partito della sinistra europea e quella recente delle Primarie; 4) questa precipitazione deve portare alla nascita di un soggetto ben definito, la Sezione italiana del Partito della sinistra europea i cui elementi costitutivi devono risiedere fondamentalmente in tre soggetti, i Comitati per le primarie, le “personalità” indipendenti che si sono avvicinate a questi comitati, ed infine il PRC.

“NO” alle servitù militari, “SI” alla pace e alla civiltà.

NO” alle servitù militari, “SI” alla pace e alla civiltà.

 

Intervista al Presidente della Regione Autonoma della Sardegna Renato Soru.

A cura di Gianni Fresu.

 

«l’ernesto», Anno XIII – N.4 Luglio/Agosto 2005

 

Proprio nel sessantesimo anniversario del più grande atto terroristico che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, è tornato sotto la luce dei riflettori un problema che ci riguarda da vicino ma di cui si è fino ad oggi ignorata la gravità: nel corso degli ultimi tre decenni nel mar Mediterraneo è andata sempre più ad aumentare la concentrazione di immensi arsenali con armamenti a testata nucleare in palese violazione del Trattato di non proliferazione del 1970.

Anche su questo versante – come da tradizione oramai – la Sardegna si trova a subire, suo malgrado, un ruolo di assoluta centralità con la presenza sul suo territorio di due porti destinati all’attracco e alla sosta di navi a propulsione nucleare. Il primo è quello della base di Santo Stefano nell’Isola di La Maddalena – istituita nel 1972 attraverso un Trattato segreto mai ratificato dal Parlamento di cui dopo 32 anni ancora non sappiamo nulla – all’interno della quale il Governo Berlusconi ha dato il via libera al raddoppio delle volumetrie a terra (52000 metri cubi di cemento armato in una parco con vincoli di inedificabilità assoluta), nonostante il parere contrario di Consiglio Regionale, Giunta e COMIPA (il Comitato paritetico sulle servitù militari) e nonostante l’opposizione di un movimento che in questi anni è andato via via ad ingrossare le sue fila.

Il secondo è invece il porto di Cagliari nel quale la situazione è se vogliamo ancora più paradossale. Le norme internazionali di sicurezza sottoscritte dal nostro paese vieterebbero l’ormeggio nel porto militare di Cagliari di navi e sottomarini a propulsione nucleare perché i suoi moli sono adiacenti alle condotte di trasporto di combustibile che si diramano nel cuore della città concludendo il loro percorso nei depositi sotterranei del colle di “Monte Urpinu” (il parco cittadino più importante e frequentato dai cagliaritani) e del promontorio della “Sella del Diavolo” che domina l’affollatissima spiaggia del “Poetto”, non a caso chiamata “la spiaggia dei centomila”. Ma nonostante tutto ciò il porto nucleare esiste, mentre manca invece un qualsiasi piano di emergenza in caso di incidente.